mercoledì 27 novembre 2013

'cause I'd rather hurt than feel nothing at all

Non so perché queste cose debbano prendermi sempre nel momento meno opportuno, sta di fatto che, per una volta, deciderò di assecondare la mia voglia di aggiornare il blog per sfogarmi (che in fondo dovrebbe essere un po' lo scopo primario, sendo il blog una specie di diario), invece di aspettare che mi passi e finire per non dire niente.
È estremamente tardi (cioè, per i miei standard attuali, mezzanotte passata), sono nel letto e non riesco a chiudere occhio nonostante la pesantezza della giornata. Mi manca Forlì. Mi manca davvero, tanto da farmi piangere e stare male più di quanto possa esprimere a parole. Mi manca la mia routine, gli amici con cui condividevo ogni giorno, uno per uno. Mi ricorda un po' la sensazione che provavo al primo anno di triennale. Ricordo che passavo notti intere a piangere, soffocata dalla pesantezza dell'università, dalla lontananza da casa e soprattutto da tutte le amiche che avevano passato con me cinque anni interi. Mi mancava, come mi manca tuttora, ogni singolo giorno, ogni singolo ricordo di cose assolutamente superficiali e ciondimeno assolutamente importanti per me. Mi sentivo improvvisamente separata da tutto e da tutti e, quel che è peggio, sentivo di essere la sola ad essersi separata dal piccolo nido che, pur crescendo, rimaneva quantomeno geograficamente compatto e quindi unito.
Di recente sto pensando, sempre con maggiore nostalgia, ai gruppi di teatro. Non dirò che sembra stupido, perché non penso sia così, ma penso che sia comunque qualcosa di non comprensibile a coloro che non ne hanno effettivamente fatto parte. Il secondo anno è iniziata per gioco, con russo, e per ammirazione per giapponese. Lo spettacolo del primo anno di giapponese ci aveva assolutamente rubato il cuore e non posso assolutamente esprimere l'affetto, la comprensione, l'amicizia e il sentimento di "casa" che in due anni ho condiviso con persone di cui magari alla fin fine non so assolutamente nulla, ma il cui solo ricordo mi fa venire le lacrime agli occhi. Teatro russo è diverso. Per me è sempre stato (e mi scuso per la mia visione egocentrica della cosa) un po' come un mio bambino. Il mio bambino. La preparazione degli esercizi, della storia, dei costumi, il mio primo vero atto di recitazione più serio degli spettacolini della scuola media. Il primo anno di teatro russo nella mia memoria è un ibrido di colori, paura e adrenalina allo stesso tempo, voglia di fare del proprio meglio e paura di non farcela, legami con persone con cui ero in classe da un anno ma con cui non avevo praticamente mai parlato per timidezza o mancanza di occasioni. E il secondo anno è stata la consolidazione delle basi che avevamo posto, la crescita e lo sviluppo sempre più forte - come ha detto la De Michiel passando nei camerini subito dopo lo spettacolo, miglioravamo di volta in volta e non ci fermavamo di fronte a niente, senza paura di mostrare e distruggere pregiudizi e realtà scomode. Ed è un po' qui che si chiudono i miei ricordi, sul treno Forlì - Rimini della sera di quello spettacolo, con un mazzo di fiori tra le braccia e le lacrime agli occhi, sapendo che chiudevo per sempre un capitolo importante della mia vita. Chiaramente tutto il panico e la gioia sono ritornati il giorno dopo per lo spettacolo di giapponese, dove mi sono sentita un po' meno capra (termine tecnico che indica un attore scacio) e dove l'orgoglio dell'effetto incredibile che ha avuto lo spettacolo è durato per settimane. Ma anche in quel caso è stata una magia che ho sentito scivolarmi tra le dita nel momento in cui il sipario si è chiuso.

E ora sono qui, a girare intorno al punto della questione, a non riuscire ad esprimere quello che sento, a fare un miliardo di subordinate inutili per non dire niente.
Mi manca tutto. Mi manca il lento passare dei giorni, mi manca trovare la Fio sul binario a Rimini e progressivamente le altre fanciulle (ivi compreso Valerio, chiaramente) tra Cesena e Forlì, arrivare in università e cominciare un'altra giornata. Ho l'impressione di essere arrivata a Dicembre in un soffio e di aver fatto mille cose o nessuna. Continuo a immaginare la vita delle altre a Forlì ed è come se fossi morta e tutto continuasse a scorrere mio malgrado. Solo che non sono morta, e tutto quello che posso fare per cercare di attenuare il dolore profondo che mi provoca questa mancanza è scrivere una paginata di frasi poco sensate in mezzo alle lacrime.

Non posso avere tutto, prima o poi dovevo pur sbatterci la testa. Mi manca la mia famiglia, mi mancano i miei amici, mi manca il teatro, in maniera impressionante. Ma al contempo sono felice, studio quello che mi piace e che mi motiva e sto bene. Dopo due mesi riesco anche ad avere due amiche. Magari tra due anni riusciamo anche a uscire insieme, una volta.


Per concludere con una nota un po' meno amara (giuro, sto bene, sono solo in preda ad un attacco acuto di malinconia e un profondo bisogno di tornare alla mia lingua madre, di tanto in tanto), grazie a tutti voi che avete reso speciali questi anni e mi avete tirata fuori dal mio guscio di asociale tartarughina. Grazie di cuore.




Buonanotte

giovedì 14 novembre 2013

Chi non muore si rivede

Mi viene sempre voglia di aggiornare il blog quando sono sul métro o sul transilien (il treno che fa Parigi>casa), ma come arrivo a casa vengo assalita dalla stanchezza, dalla voglia di far niente o, possibilmente, da entrambe. Perciò approfitterò di questo cellulare intelligente per buttare giù qualche riga.
Mi rendo conto che dal primo post sono passati due mesi durante i quali non ho scritto assolutamente niente e che quindi iniziare il racconto senza nessuna introduzione potrebbe non essere il massimo, perciò cercherò (nella mia prolissità) di riassumere gli eventi fino a questo punto.
Il 16 Settembre ho iniziato i corsi a Paris Descartes, primo anno di specialistica in DiFLE (comunemente conosciuto come FLE), ovvero Didattica del francese come lingua straniera. Anche a due mesi di distanza resto entusiasta dei corsi e dei professori, anche se si è persa quella parte di "tutto è una novità" per cui gli occhi mi sbrilluccicavano ogni volta che andavo a lezione. In ogni caso i corsi mi piacciono moltissimo, sono tutti improntati sulla didattica e - dal momento che quello che sto facendo è un "Master Pro", cioè "professionnel" - la parte pratica riveste un ruolo non marginale. In praticamente qualunque corso vediamo come costruire un corso da zero, con documenti autentici, come migliorare i manuali, etc etc, ogni volta focalizzandoci su un aspetto particolare (sintassi, orale, etc.). Alcuni corsi invece sono quasi completamente teorici, ma anche in quel caso ugualmente interessanti.

Una settimana dopo l'inizio delle lezioni della specialistica ho iniziato quelle del primo anno di giapponese all'Inalco (in Francia si può essere iscritti a due facoltà diverse contemporaneamente). Fortunatamente tutti gli esami che avevo dato l'anno scorso come erasmus mi sono stati riconosciuti, quindi per il primo semestre mi restano: kanji, due esami di grammatica, storia del Giappone antico e storia del Giappone contemporaneo (di quest'ultimo ho fatto un parziale sabato scorso, incrocio le dita..). Chiaramente qui sono un po' meno esaltata dai corsi di grammatica (dove ogni tanto imparo comunque qualcosa di nuovo, ma in generale vedo cose che ho già fatto), mentre i corsi di storia per me sono una completa novità. Non pensavo che avrei potuto appassionarmi al paleolitico di una qualunque civiltà e qui cerco di non perdermi una parola quando il professore ci spiega i piccoli decori o le diverse forme delle "tombe" giapponesi della preistoria. Devo dire che fa un altro effetto studiare la storia di una cultura insieme alla lingua.

Per il resto ho avuto una piccola settimana di vacanza durante la quale sono tornata a casa, in tempo per stare qualche giorno a casa e per godermi Lucca Comics. Dopo un viaggio in aereo con una famiglia di romani dietro di me (per chi ancora non lo sapesse, l'accento romano - marcato - è quello che meno sopporto al mondo) sono atterrata con un umore non dei migliori, per poi sentirmi dire da Bee al telefono che mamma mi aveva preparato lasagne, cima, tortellini e cedrata (non insieme, chiaramente). Casa <3 un paio di giorni di riposo e coccole e poi siamo partiti per la fiera carichi e contenti. La fiera è andata bene, ho rivisto tanti amici e ho anche avuto modo di girottolare un po' con loro, ho riabbracciato il nonno e lo zio e per qualche giorno mi sono immersa in una parentesi di apprezzabili geeks.

E ora sono qui, rientrata nella mia routine, e scrivo nel métro aspettando di arrivare in università e decisamente poco invogliata dalla lettura di La francophonie au Viêt Nam (che è estremamente interessante, ma che ho troppo sonno per proseguire). Vi lascio quindi con questo breve resoconto e la speranza di aggiornare un po' più spesso, magari più brevemente.


Buona settimana a tutti