Non so perché queste cose debbano prendermi sempre nel momento meno opportuno, sta di fatto che, per una volta, deciderò di assecondare la mia voglia di aggiornare il blog per sfogarmi (che in fondo dovrebbe essere un po' lo scopo primario, sendo il blog una specie di diario), invece di aspettare che mi passi e finire per non dire niente.
È estremamente tardi (cioè, per i miei standard attuali, mezzanotte passata), sono nel letto e non riesco a chiudere occhio nonostante la pesantezza della giornata. Mi manca Forlì. Mi manca davvero, tanto da farmi piangere e stare male più di quanto possa esprimere a parole. Mi manca la mia routine, gli amici con cui condividevo ogni giorno, uno per uno. Mi ricorda un po' la sensazione che provavo al primo anno di triennale. Ricordo che passavo notti intere a piangere, soffocata dalla pesantezza dell'università, dalla lontananza da casa e soprattutto da tutte le amiche che avevano passato con me cinque anni interi. Mi mancava, come mi manca tuttora, ogni singolo giorno, ogni singolo ricordo di cose assolutamente superficiali e ciondimeno assolutamente importanti per me. Mi sentivo improvvisamente separata da tutto e da tutti e, quel che è peggio, sentivo di essere la sola ad essersi separata dal piccolo nido che, pur crescendo, rimaneva quantomeno geograficamente compatto e quindi unito.
Di recente sto pensando, sempre con maggiore nostalgia, ai gruppi di teatro. Non dirò che sembra stupido, perché non penso sia così, ma penso che sia comunque qualcosa di non comprensibile a coloro che non ne hanno effettivamente fatto parte. Il secondo anno è iniziata per gioco, con russo, e per ammirazione per giapponese. Lo spettacolo del primo anno di giapponese ci aveva assolutamente rubato il cuore e non posso assolutamente esprimere l'affetto, la comprensione, l'amicizia e il sentimento di "casa" che in due anni ho condiviso con persone di cui magari alla fin fine non so assolutamente nulla, ma il cui solo ricordo mi fa venire le lacrime agli occhi. Teatro russo è diverso. Per me è sempre stato (e mi scuso per la mia visione egocentrica della cosa) un po' come un mio bambino. Il mio bambino. La preparazione degli esercizi, della storia, dei costumi, il mio primo vero atto di recitazione più serio degli spettacolini della scuola media. Il primo anno di teatro russo nella mia memoria è un ibrido di colori, paura e adrenalina allo stesso tempo, voglia di fare del proprio meglio e paura di non farcela, legami con persone con cui ero in classe da un anno ma con cui non avevo praticamente mai parlato per timidezza o mancanza di occasioni. E il secondo anno è stata la consolidazione delle basi che avevamo posto, la crescita e lo sviluppo sempre più forte - come ha detto la De Michiel passando nei camerini subito dopo lo spettacolo, miglioravamo di volta in volta e non ci fermavamo di fronte a niente, senza paura di mostrare e distruggere pregiudizi e realtà scomode. Ed è un po' qui che si chiudono i miei ricordi, sul treno Forlì - Rimini della sera di quello spettacolo, con un mazzo di fiori tra le braccia e le lacrime agli occhi, sapendo che chiudevo per sempre un capitolo importante della mia vita. Chiaramente tutto il panico e la gioia sono ritornati il giorno dopo per lo spettacolo di giapponese, dove mi sono sentita un po' meno capra (termine tecnico che indica un attore scacio) e dove l'orgoglio dell'effetto incredibile che ha avuto lo spettacolo è durato per settimane. Ma anche in quel caso è stata una magia che ho sentito scivolarmi tra le dita nel momento in cui il sipario si è chiuso.
E ora sono qui, a girare intorno al punto della questione, a non riuscire ad esprimere quello che sento, a fare un miliardo di subordinate inutili per non dire niente.
Mi manca tutto. Mi manca il lento passare dei giorni, mi manca trovare la Fio sul binario a Rimini e progressivamente le altre fanciulle (ivi compreso Valerio, chiaramente) tra Cesena e Forlì, arrivare in università e cominciare un'altra giornata. Ho l'impressione di essere arrivata a Dicembre in un soffio e di aver fatto mille cose o nessuna. Continuo a immaginare la vita delle altre a Forlì ed è come se fossi morta e tutto continuasse a scorrere mio malgrado. Solo che non sono morta, e tutto quello che posso fare per cercare di attenuare il dolore profondo che mi provoca questa mancanza è scrivere una paginata di frasi poco sensate in mezzo alle lacrime.
Non posso avere tutto, prima o poi dovevo pur sbatterci la testa. Mi manca la mia famiglia, mi mancano i miei amici, mi manca il teatro, in maniera impressionante. Ma al contempo sono felice, studio quello che mi piace e che mi motiva e sto bene. Dopo due mesi riesco anche ad avere due amiche. Magari tra due anni riusciamo anche a uscire insieme, una volta.
Per concludere con una nota un po' meno amara (giuro, sto bene, sono solo in preda ad un attacco acuto di malinconia e un profondo bisogno di tornare alla mia lingua madre, di tanto in tanto), grazie a tutti voi che avete reso speciali questi anni e mi avete tirata fuori dal mio guscio di asociale tartarughina. Grazie di cuore.
Buonanotte